Mirto e la sua storia

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Sotto l’impero di Carlo V, la signoria di Mirto dopo due precedenti passaggi, fu acquistata dai Branciforte, e quindi, il ritorno al casato dei Filingeri, i quali nel 1643 ottennero il titolo di principi di Mirto. I Filingeri dimoravano saltuariamente in Mirto, nel periodo estivo, nella loro abitazione, oggi proprietà delle famiglie Pirrotti e Crisci.

Secondo i più recenti studi, Mirto ricade nell’area del territorio storico di San Marco d’Alunzio, territorio che si fa coincidere con quello che appartenne a “Demenna”, la città di età bizantina che ereditò il ruolo ed il prestigio urbano dell’antico “municipium” aluntino e che costituì il riferimento geografico medioevale della parte nord orientale della Sicilia, definita appunto val Demenna. Sembra che intorno alla metà del V secolo un latifondo indicato col nome “myrtus sive Anniana” appartenesse al nobile Laurico. Sin dall’età normanna (nel 1183 ) il toponimo greco “merto” indichi la presenza abbondante della pianta del mirto e certifichi la condizione boschiva delle contrade di questa parte dell’isola.

Mirto si estende fra due vallate: il torrente Fitalia o Zappulla ed il Chida, oggi Rosmarino; tutto territorio pertinenza della contea di San Marco, quello dei casali di Frazzanò, Mirto, Capri Leone e la Pietra di Roma (antico fortilizio romano i cui resti sorgono ad ovest di Capri Leone); Mirto, affacciata sul torrente Fitalia era il più avanzato dei contrafforti orientali del territorio. Questi abitati erano strettamente legati ai tanti monasteri e santuari ai quali erano collegati una serie di dipendenze con piccole comunità.

Fra tali equilibri istituzionali sorge, si sviluppa ed ha vita nei secoli l’abitato di Mirto, già retto da un consiglio elettivo che nel 1282 presiedeva la “università” medioevale.

Il 6 ottobre 1282, all’inizio della lunga e sanguinosa guerra del vespro. Mirto, unitamente a casali vicini è in grado di fornire 10 arcieri, ma la furia della guerra è tale che 1305 il casale di Mirto è distrutto, ma la popolazione non si allontanò da questi luoghi, che continueranno a non possedere mura né altre strutture difensive; anche se il nome greco di “pirgario” denuncia la presenza di una torre.

Durante il regno di Federico III (1295 1336) Mirto sembra esercitare una sorta di supremazia sopra i casali adiacenti compresa talvolta la “Pietra di Roma”. Il 1398 porta alla confìsca dei beni degli Aragona, ribellatisi al re Martino; come conseguenza la contea viene smembrata e Mirto, insieme ai casali ed alla Pietra di Roma, viene concessa ad Augerotto Larcàn, il quale era venuto in Sicilia al seguito dello stesso re Martino.
Mirto rimane in potere dei Larcan, signori di San Fratello, sino al 1423.
Dal 1448 Riccardo Filangeri, dimostra di possedere i casali, tra cui Mirto.

Mirto è un paese che vive delle risorse del suo territorio. Intorno alla metà del XIII secolo Mirto sembra che sia in grado di esportare soltanto suini, il territorio doveva quindi essere ricco di querce da ghianda. La produzione maggiore, tanto da donare il nome al sito, è quella della mortella utilizzata nella conciatura; intorno alla fine del XV, la concia con il mirto non viene più praticata e la produzione entra in crisi; all’inizio del secolo XVI è invece la coltura del gelso a caratterizzare il territorio (le foglie sono l’alimento del baco da seta); fra il XVI ed il XVII secolo la campagna dell’intero territorio viene costellata da una quantità di costruzioni per il “nutricato” (una delle più importanti era quella che ancora oggi viene chiamata “Fornace”) i luoghi di allevamento cioè del baco da seta. Questa produzione assieme a quella del lino saranno presenti fino al 1940 circa, quando ancora funzionavano i telai.

Nel 1507 Girolamo Filangeri vende Mirto al Messinese Giacomo Balsamo. Nel 1608 Pietro Filangeri, a seguito di una lunga lite, riscatta gli antichi possedimenti: Mirto in particolare su cui nel 1643 gli verrà concesso il prestigioso titolo di principe.

Fino a qualche tempo fa (prima dell’asportazione da parte di ladri) in via Umberto, all’inizio della piccola salita che porta alla chiesa di S. Maria del Gesù, sulla sinistra, vi era un angolo di pietre a secco con lo stemma in pietra arenaria contrassegnata dalle 12 campane a croce dei Filangeri.

Poiché la vita di questi “Casali” fu fortemente contrassegnata dal dipendere da istituzioni religiose o Baronali, anche l’assetto urbanistico si svolge attorno alle emergenze più significative che rimangono: chiese, conventi e palazzi.


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Ecco un altra veduta panoramica di Mirto, di sicuro se si è in vacanza sui Nebrodi è un paese dell’entroterra da raggiungere. Un’occasione anche per visitare il museo del costume siciliano.